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La chiave condivisa: cosa vuol dire?

Nel recente Messaggio di Nostra Signora di Anguera, Regina della Pace del 20 novembre 2017, vedi qui il sito ufficiale, una frase ci ha colpito in modo particolare:

Gli uomini agiranno per allontanarvi dalla verità. La chiave sarà condivisa e grande confusione verrà. Non permettete che la fiamma della fede si spenga dentro di voi…

LA CHIAVE SARA’ CONDIVISA…..

Noi sappiamo cosa intenda il Cielo per “chiave”, si veda qui anche la lettura di Itapiranga, ma cosa vuol dire “essere condivisa” e perchè “la chiave” al singolare, perché questa distinzione? Si penserebbe subito ad una condivisione magari più omogenea della collegialità dei vescovi a cui vogliono mirare e alla quale è legata – recentemente – anche la questione della traduzione dei Testi liturgici… ebbene, ecco ciò a cui siamo umilmente arrivati, lasciando a voi ogni riflessione.

con-di-vìdere (io con-di-vìdo) – ed anche comp. di con- e dividere (coniug. come dividere) – Dividere, spartire insieme

significato etimologico: possedere insieme; partecipare insieme; offrire del proprio ad altri – composto di con e dividere, a sua volta, incertamente, dal latino: dis-separazione e videre-vedere. Vedere separato.

Oggi questo termine è, come tanti altri, distorto nell’etimologia originale e questo “condividere” ha preso un’altra strada, quello  della condivisione sui social, per esempio, di un testo o di una foto, di un video o di una canzone…. condividere i pasti con il povero o “condividere” l’Eucaristia con chi si ostina a rimanere nel peccato… oppure il patrimonio è stato condiviso equamente […] , avere in comune con altri… condividere gli stessi stili di vita, e così via.

Alla luce di ciò ci sembra di poter affermare con ragionevolezza (almeno fino a prova contraria) che, la Vergine Santa, ci spinge piuttosto al realismo dell’etimologia del termine “con-di-videre” letto in chiave biblica, del Vangelo e della stessa Chiesa che è realtà soprannaturale, alla quale sono state consegnate delle “chiavi”: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte (nel senso di potenze) dell’Ade non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto anche nei cieli” (Mt.16,18-19).

In sostanza una chiave sarà usata PER DIVIDERE…. resta poco chiaro perché si parla di una chiave al singolare, ciò potrebbe significare che NON tutto il potere di distruzione che sta avvenendo nella Chiesa, e non tutta l’apostasia potrà coinvolgere l’intera Chiesa, una sola parte dell’uso delle chiavi sarà usata a questo scopo e, la divisione oramai in atto tra “DOTTRINA E PASTORALE” (che sarebbero in verità le due chiavi insieme), ci dice chiaramente come la pastorale venga usata oggi per dividere. Vediamo qui il perché e il come.

Per capire questo valore della consegna “delle chiavi”, al plurale e non al singolare è fondamentale comprendere l’immagine delle “chiavi” quale simbolo e segno di autorità e responsabilità insieme: famoso è un passo di Isaia (22,22) su un cambio di potere ai vertici del regno di Ezechia (VIII-VII secolo a.C.) con la sostituzione di un vizir (“Porrò sulla tua spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire).

Quanto poi al binomio giuridico “legare e sciogliere”, esso è ripreso anche in Matteo 18,18 per l’intero collegio apostolico, nel cui scenario ci sembra di poter parlare dell’unica “condivisione” possibile dell’uso di queste chiavi. Alla  base del “legare e sciogliere” non c’è però una condizione soggettivista degli Apostoli, ma c’è un CONDIZIONE oggettiva che, nell’uso linguistico giudaico-rabbinico, indicano chiaramente l’infliggere e l’annullare una scomunica da parte della sinagoga, ma hanno anche un valore per “un proibire e permettere”, indicando un comportamento all’epoca, secondo la legge interpretata autoritativamente come poi denuncia Gesù ai Farisei… il quadro dell’adultera è tra gli scenari più chiari e confortevoli di questo potere che attraverso il Cristo passa alla Chiesa per mezzo delle chiavi, così come la questione del matrimonio in Matteo 19.

Nel condannare il comportamento detto poi “fariseico-farisaico”, Gesù consegna le chiavi, con il potere di legare e sciogliere, alla Sua Chiesa, ma a determinate condizioni che sono la conversione del reo (l’adultera si converte), fedeltà al Vangelo, fedeltà alla Legge Divina, fedeltà ai Sacramenti. Le chiavi così diventano segno non di una autorità dispotica, ma di autorevolezza di Dio attraverso la Chiesa che, nel Sacramento della Confessione, vede la più chiara e comprensibile applicazione (uso delle chiavi) con autorevolezza e al tempo stesso MISERICORDIA.

Così Gesù assegna a Pietro un compito delegato (lui solo è il Suo Vicario) che non è solo disciplinare, ma anche di insegnamento autorevole e di salvezza, per la salvezza delle anime (le due chiavi insieme). Un uso delle chiavi non soggettivo, ma oggettivo in relazione alla Tradizione della Chiesa nell’insegnamento e nella disciplina etica e morale, dei Sacramenti e, naturalmente, nella comunione piena con i Vescovi di tutto il mondo a lui, e lui a loro, si legga anche qui Il potere delle chiavi.

Non c’è alcun altro motivo per il quale Gesù abbia cambiato il nome SOLO a Simone chiamandolo Pietro, quest’ultimo nome per altro, non era un nome in uso tra il popolo giudaico, e quindi descrive il preciso ruolo che assume Simone dal momento in cui Gesù lo chiamò Pietro.

Scusateci tutta questa premessa, ma è importante per comprendere cosa il Cielo ci sta dicendo, così impariamo anche qualcosa della nostra storia ecclesiale.

E’ curioso, infine, che in tutto il Documento ufficiale “Communionis notio“, voluto da san Giovanni Paolo II e redatto dall’allora cardinale Prefetto della CdF Ratzinger, in cui si educa al vero e corretto concetto di COMUNIONE dei Vescovi con il Papa, non è mai descritto l’uso delle “chiavi”. Non riteniamo si tratti di una svista, ma di un significato ben chiaro e sottointeso che, l’uso delle chiavi, può essere autentico solo se c’è una comunione piena non semplicemente “al Pietro di turno”, ma alla Chiesa della quale i Vescovi nelle loro diocesi sono la realtà di una autorità divina che ha in Pietro (in tutti i 266, fino ad oggi, Pontefici legittimi) la sua massima espressione.

A cinque anni dal Vaticano II, l’8 dicembre 1970, Paolo VI metteva già in guardia da “una tendenza a ricostruire, partendo dai dati psicologici e sociologici, un Cristianesimo avulso dalla Tradizione ininterrotta che lo ricollega alla fede degli Apostoli, e ad esaltare una vita cristiana priva di elementi religiosi, priva di dottrina”. Non di rado i fedeli ascoltano un sacerdote o un vescovo predicare in modo difforme dal Papa, lamentavano Giovanni Paolo II e lo stesso Ratzinger diventato poi Papa Benedetto XVI, i fedeli avvertono la confusione che ciò genera e domandano la certezza della fede completa della Chiesa come il Compendio e il Catechismo della Chiesa Cattolica la presenta. Ecco l’uso vero delle chiavi, l’uso autenticamente collegiale, si legga anche qui.

Bisogna anche considerare che Gesù, nel consegnare le chiavi a Pietro prima, e al collegio apostolico poi, non parla mai di “condividere insieme” queste chiavi perciò, il termine “condividere” per l’uso delle chiavi, non è quello che significa oggi sui social o sull’umanesimo caritatevole.

Alla luce di ciò ci sembra di poter affermare con assoluta certezza che, la Vergine Santa ci sta mettendo in guardia dall’uso che si farà di questa “chiave”, una sola, quella della nuova pastorale dissociata e divisa (con-dìvisa) dalla dottrina, dall’insegnamento nella Tradizione, un uso che è evidentemente contrario alla volontà del Cielo. Ci è sembrato infatti sconcertante che laddove MAI un Pontefice ha usato scherzare sull’uso delle chiavi, Papa Francesco è riuscito anche in questo primato con una battuta che, per la verità è stata di pessimo gusto, si legga qui,  ed è stata fatta pochi mesi fa, prima di questo Messaggio. Un’altra coincidenza?

 

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