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Alfonso Ratisbonne non era un ateo ma ebreo ateo.

Il 20 gennaio 1842, Alphonse Ratisbonne da Strasburgo venne qui da ebreo ostinato. Questa Vergine gli apparve così come tu la vedi. Cadde ebreo e si alzò cristiano. Forestiero, portati a casa il prezioso ricordo della misericordia di Dio e del potere della Vergine”.

Nella Preghiera di ieri 8 dicembre, per la Solennità dell’Immacolata, papa Francesco (che dopo ha fatto visita alla Chiesa di sant’Andrea delle Fratte) ha  ricordato anche i 175 anni della Apparizione dell’Immacolata ad Alfonso Ratisbonne, con queste parole:

“Vergine Immacolata,

175 anni fa, a poca distanza da qui, nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte,

hai toccato il cuore di Alfonso Ratisbonne, che in quel momento da ateo e nemico della Chiesa divenne cristiano.

A lui ti mostrasti come Madre di grazia e di misericordia”.

Non per fare i pignoli, ma non è un caso se è lo stesso Ratisbonne a definirsi: “l’ebreo convertito da Maria – Quasi per scommessa…” Quanto alla sua fede: “Non credevo più neanche in Dio “, confesserà dopo, perché era diventato sì “ateo”, ma ebreo ateo. La differenza è profonda e lo spiegherà lui stesso.

Alfonso Ratisbonne, penultimo di dieci figli, appartiene ad una famiglia ebrea di banchieri molto facoltosa, ma il cui senso religioso della tradizione ebraica e la fede nell’unico Dio si erano assai affievoliti, cedendo il posto all’interesse per il denaro. Orfano della mamma a quattro anni e del papà a quattordici, Alfonso è seguito dallo zio Luigi, ricchissimo banchiere senza figli, che provvede ai suoi studi. Frequenta il Collegio reale di Strasburgo, poi un Istituto protestante; consegue il Baccellierato in Lettere e quindi, a Parigi, la Laurea in Diritto.

Nella lettera autobiografica del 12 aprile 1842 al Padre Dufriche-Desgenettes, così descrive se stesso: «Amavo solo i piaceri; gli affari mi impazientivano e l’aria degli uffici mi soffocava: pensavo che nel mondo si vivesse solo per godere… Non sognavo che feste e piaceri e ad essi mi abbandonavo con passione… Ero un ebreo solo di nome, poiché non credevo nemmeno in Dio! Non aprii mai un libro di religione, e, nella casa di mio zio, come presso i miei fratelli e sorelle, non si praticava la minima Prescrizione del giudaismo».

In mezzo a questa povertà spirituale, Alfonso ha due richiami a valori più nobili e degni di essere vissuti. Il primo è la conversione al cattolicesimo (1827) del fratello maggiore Teodoro, più anziano di lui di 12 anni, che diventerà Sacerdote e fondatore della Congregazione di Nostra Signora di Sion in Gerusalemme; il secondo è il fidanzamento (1841) con la nipote Flora, di appena sedici anni, figlia del fratello Adolfo.

Tutto era iniziato appunto da quella Medaglia miracolosa che gli era stata offerta dall’amico barone Teodoro De Bussières, protestante convertito e fervente cattolico, e che egli aveva accettato solo per fargli piacere. Si era lasciato mettere al collo la Medaglia; ci aveva scherzato sopra, ma già non ci pensava più. L’amico barone, però, sapeva quel che faceva era uomo di fede, confidava nella potenza miracolosa della Medaglia, e pregava intensamente perché l’Immacolata operasse nell’animo di Alfonso, disfatto dall’incredulità. Questi, poiché Alfonso rideva del suo “proselitismo” e affermava: “Sono nato ebreo, morirò ebreo”, lo sfidò a sottoporre il suo “spirito così forte” ad una piccola prova: portare su di sé la “Medaglia miracolosa” e recitare il “Memorare” di San Bernardo. Alfonso, benché indispettito, per liberarsi dalle importune insistenze del barone, si lasciò mettere al collo la medaglia e s’impegnò a ricopiare la preghiera, borbottando sottovoce: “vorrei sapere quel che direbbe, se lo tormentassi così per fargli recitare una preghiera da ebreo”…

La notte di quello stesso giorno, svegliatosi di soprassalto, Alfonso vide alta dinanzi a sé l’immagine di una grande Croce, di forma particolare, senza Gesù Crocifisso, che egli inutilmente tentò di scacciare. Era la Croce della Medaglia miracolosa. Ma egli non lo sapeva, perché non aveva neppure guardato la Medaglia che portava indosso, né lo interessava affatto guardare una Medaglia! Proprio lui !

Il giorno seguente, stranamente, Alfonso si sentì spinto ad accompagnare lo stesso amico De Bussières alla Chiesa di Sant’ Andrea delle Fratte, dove il barone aveva da sbrigare una commissione di lavoro. La carrozza si fermò sulla piazzetta della Chiesa. Scesero tutti e due. Il barone entrò in Chiesa e si recò subito in sacrestia per incontrarsi con le persone interessate alla commissione. Alfonso, invece, dapprima esitante, entrò poi anche lui nella Chiesa. E si trovò solo, distratto e vuoto.

Leggiamo i fatti dal suo racconto:

“La Chiesa di S. Andrea delle Fratte è piccola, povera e quasi sempre deserta. Quel giorno ero solo o quasi solo. Nessun oggetto d’arte attirava la mia attenzione. Passeggiavo macchinalmente girando gli sguardi attorno a me. Ricordo soltanto che un cane nero scodinzolava dinanzi a me… Ben presto anche quel cane disparve. La Chiesa intera disparve; io non vidi più nulla… O meglio, mio Dio, io vidi una sola cosa! …

Come potrei parlarne? La parola umana non può facilmente esprimere ciò che è inesprimibile. Quando arrivò il barone De Bussières mi trovò col volto rigato di pianto. Non potei rispondere alle sue domande… tenevo in mano la medaglia che avevo appesa al collo e coprivo di baci l’immagine della Vergine…Era Lei, sicuramente Lei!

Non sapevo dove ero, non sapevo se ero Alfonso o un altro; provavo in me un tale cambiamento che mi pareva essere un altro; cercavo di ritrovare me stesso e non mi ritrovavo… Non riuscivo a parlare; non volevo dire niente; sentivo in me qualche cosa di solenne e di sacro che mi costringeva a cercare un sacerdote”.

Più tardi, calmatasi la vivissima emozione provata, così spiegò all’amico “Ero da pochi istanti nella chiesa di S. Andrea, quando, improvvisamente, mi sentii afferrato da un turbamento inesprimibile. Alzai gli occhi; l’edificio intero era come scomparso ai miei sguardi; una sola cappella aveva concentrato tutta la luce. In un grande fascio di luce, mi è apparsa, dritta, sull’altare, alta, brillante, piena di maestà e di dolcezza, la Vergine Maria, quale si vede sulla Medaglia Miracolosa; una forza irresistibile mi ha spinto verso di Lei. La Vergine mi ha fatto segno con la mano di inginocchiarmi. Mi è parso che dicesse: ‘Bene!’ Non mi ha parlato, ma io ho compreso tutto “. Proprio la Vergine della Medaglia Miracolosa era dunque apparsa ad Alfonso Ratisbonne quel giovedì 20 gennaio 1842.

75 anni più tardi, il 20 gennaio 1917, a Roma, nella Cappella del Collegio Internazionale dei Frati Minori Conventuali, il Padre Rettore sta raccontando ai giovani frati l’episodio della prodigiosa conversione dell’ebreo Alfonso Ratisbonne, divenuto poi gran Servo di Dio e morto in concetto di santità. Tra questi c’è un giovane straordinario è fra’ Massimiliano Maria Kolbe, l’ardente innamorato dell’Immacolata, colui che darà vita al Movimento mariano più vasto dell’epoca moderna, la Milizia dell’Immacolata, un esercito di cavalieri schierati in campo sotto la guida dell’Immacolata, la Celeste Condottiera e Invincibile guerriera che “schiaccerà il capo” al nemico (Gn 3,15).

Con estremo interesse fra’ Massimiliano ascolta il racconto della conversione di Alfonso Ratisbonne. Ne rimane visibilmente commosso. si rende conto del valore della Medaglia miracolosa, di cui l’Immacolata si serve per operare fatti di grazia anche portentosi. Gli balena allora nell’animo l’ispirazione di servirsi della Medaglia miracolosa come scudo e insegna dei “cavalieri dell’Immacolata”, come scorta di “proiettili” e “mine” spirituali che i cavalieri dovranno adoperare per fare breccia negli animi chiusi e duri alle operazioni della grazia divina.

È un’ispirazione che Fra’ Massimiliano non  lascia cadere nel vuoto. L’accoglie e la custodisce nel cuore. Un giorno non lontano la Milizia dell’Immacolata – il 16 ottobre dello stesso anno – partirà con la Medaglia miracolosa quale insegna e arma dei novelli cavalieri.

Da quel 20 gennaio, inoltre, fra’ Massimiliano amò di un amore speciale la Chiesa di S. Andrea delle Fratte; la visitava frequentemente e vi sostava in devota orazione. Quando divenne Sacerdote, infine, volle celebrare la sua prima S. Messa all’altare dove la Madonna era apparsa all’ebreo Alfonso Ratisbonne.

Sacerdote di Gesù e Cavaliere dell’Immacolata, San Massimiliano è l’apostolo mariano dei tempi nuovi, folle di amore, ardente di zelo, forte del celeste pegno della Medaglia miracolosa. Una eredità che era stata raccolta dall’umile – ed oggi perseguitato e calunniato –  Padre Stefano Maria Manelli, fondatore dei Frati Francescani dell’Immacolata, con lo scopo di riaccendere la passione di Kolbe verso l’apostolato mariano della Milizia dell’Immacolata.

Alfonso Ratisbonne, nutriva una rabbiosa avversione per il Cattolicesimo e nel 1825, infatti, dirà a riguardo del fratello Teodoro “sul quale si fondavano grandi speranze, si dichiarò cristiano e subito dopo […] si fece sacerdote […] fino a quel momento non avevo provato né simpatia né antipatia per il cristianesimo, ma la conversione di mio fratello, che consideravo una inspiegabile follia, mi fece credere al fanatismo dei cattolici e ne ebbi orrore” (Sessione del 18 febbraio 1842).

Il resto è noto e spiega perché Alfonso ci teneva ad essere definito ciò che era “un Ebreo convertito da Maria”. Dietro sue istanze, fu battezzato e volle chiamarsi “Maria”.

Fu per dieci anni gesuita, poi, con l’approvazione di Pio IX e dei suoi superiori, si unì alla Congregazione dei Sacerdoti di Nostra Signora di Sion, fondata dal fratello Teodoro per lavorare alla conversione degli Ebrei. Il “proselitismo” dei cattolici non gli ispirava più “orrore”. Tutt’altro. “Perché – scriveva allo zio, all’indomani dell’ apparizione – i cattolici desiderano tanto la conversione degli altri? La ragione è perché hanno la sorte di conoscere la verità ed è loro dovere farla conoscere ai disgraziati che vanno a perdersi per ostinazione, per ignoranza o per indifferenza”.

Per adempiere tale dovere verso i suoi ex-correligionari padre Alfonso Maria fu missionario per 30 anni in Terra Santa e, tra l’altro, costruì sul luogo del pretorio di Pilato la basilica dell’Ecce Homo in omaggio di riparazione per il popolo ebreo. Morì a San Giovanni in Montana, nel cui cimitero riposa, “gloriosa conquista” – si legge sulla sua tomba – dell’ amore di Maria, la cui apparizione in Sant’Andrea delle Fratte resta a ricordare che il piano di Dio sugli Ebrei differisce totalmente dalle vie battute dall’ecumenismo “conciliare a tutti i costi”.

«Io sono entrato in quella chiesa, te lo giuro tanto ebreo quanto potessi esserlo a Strasburgo in tutta la mia vita, e forse ancor più; e cinque minuti appresso ne uscivo cristiano cattolico ardente, pronto a rinunciare con allegrezza ad ogni cosa di questo mondo” (Lettera allo zio del 22 gennaio).

Nel Santuario di Sant’Andrea delle Fratte, il 20 gennaio 1842 accadde, così,  qualcosa di straordinario. Entrando dalla porta principale si scorge, sulla sinistra, un altare illuminato, sull’arco del quale c’è scritto: “Qui apparve la Madonna del Miracolo”. Sotto l’arco c’è un gran dipinto che raffigura la Madonna che sovrasta le nuvole e effonde dalle mani raggi luminosi. A sinistra di chi guarda l’altare c’è una targa che dice: “Il 20 gennaio 1842, Alphonse Ratisbonne da Strasburgo venne qui da ebreo ostinato. Questa Vergine gli apparve così come tu la vedi. Cadde ebreo e si alzò cristiano. Forestiero, portati a casa il prezioso ricordo della misericordia di Dio e del potere della Vergine”.